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Libro de la biblia

* Cita biblica

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Fecha de Creación (Inicio - Fin)

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Mc 07, 01-23

Allora si riunirono attorno a lui i farisei e alcuni degli scribi venuti da Gerusalemme. Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani immonde, cioè non lavate -i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavate le mani fino al gomito, attenendosi alla tradizione degli antichi, e tornando dal mercato non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e conservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, stoviglie e oggetti di rame- quei farisei e scribi lo interrogarono: "Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani immonde?" Ed egli rispose loro: "Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto:

Questo popolo mi onora con le labbra,
ma il suo cuore è lontano da me.
Invano essi mi rendono culto,
insegnando dottrine che sono precetti di uomini.

Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini."

Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: "Ascoltatemi tutti e intendete bene: non c'è nulla fuori dell'uomo che, entrando in lui, possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall'uomo a contaminarlo."

"Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive: fornicazioni, furti, omicidi, adultèri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano l'uomo."

......

C'era una volta un monastero nel quale si rispettava scrupolosamente il silenzio. Ma ogni giorno, proprio alle sei della sera, nel momento in cui i monaci iniziavano la preghiera dei Vespri, compariva un gatto sulla porta della chiesa e si metteva a miagolare forte.

Vista l'insistenza e l'intensità dei miagolii, l'abate prese una decisione: chiese ad un fratello che, dalle sei alle sette della sera, legasse il gatto ad un pilastro che c'era all'ingresso del monastero, lontano dalla cappella dove loro pregavano. E cosí faceva il fratello ogni sera.

Ma passò il tempo. L'abate morí e venne a sostituirlo un monaco di un altro convento assai distante, il quale presto avvertí ciò che ogni sera si faceva con il gatto.

Alcuni mesi dopo morí il gatto. Immediatamente, il nuovo abate chiamò il fratello e gli disse: "Vada a comprare quanto prima un altro gatto per legarlo ogni sera dalle sei alle sette alla colonna dell'ingresso".

Questa vecchia storia mostra una tendenza piuttosto abituale nel comportamento umano. Si comincia a fare qualcosa perche ciò risulta utile, ma presto si assolutizza questa azione, trasformandola in un rito al quale si attribuisce valore per sé stesso, indipendentemente dalla sua utilità.

Quando questo avviene, sembrerebbe che l'unico motivo per mantenere un'azione od un comportamento fosse che "si è sempre fatto cosí".

Se, inoltre, a questo comportamento è stato conferito un carattere "religioso", si aggiunge ancora un'altra potente ragione per perpetuarlo. E se, infine, l'autorità si arrroga il diritto di controllarlo e di vigilarne l'adempimento, si hanno tutti gli ingredienti, sia per l'immobilismo che per situare l'azione prescritta perfino al di sopra del valore o del bene della persona.

Tutto questo appare chiaro nel racconto evangelico che oggi leggiamo. I farisei e i dottori della legge vigilavano rigorosamente l'adempimento delle norme rituali; tra queste, quella di lavarsi le mani prima di mangiare.

Probabilmente tale norma sarebbe nata come una misura di prevenzione igienica. L'errore si produce quando la si assolutizza e si finisce col dichiarare "impure" (religiosamente) le persone che non la osservano.

In questo modo, quello che poteva essere una prescrizione salutare -anche oggi i genitori ricordano ai figli la necessità di lavarsi le mani prima di mangiare- finí per trasformarsi in un'arma di potere e in un pretesto gravemente discriminatorio.

Pretesti di questo genere sono stati usati (e vengono tuttora usati) spesso nella società per stigmatizzare certe persone e certi collettivi. E l'autorità, religiosa o civile che sia, è diventata "polizia delle coscienze", accusando, condannando, addirittura eliminando chi trasgrediva la norma prescritta.

Quando tutto questo accadeva nell'ambito della religione, l'autorità si appellava rapidamente al comandamento divino, per conferire maggiore forza alle sue pretese. In questo caso, ci si doveva comportare in una certa maniera non solo perché "si è sempre fatto cosí", ma perché "Dio lo comanda".

In questo modo, l'autorità religiosa faceva di Dio un complice del proprio atteggiamento, e ciò con due gravi conseguenze. Da un lato, si favoriva un atteggiamento tipicamente farisaico, gonfiando l'orgoglio degli osservanti della norma. Dall'altro, questo generava ateismo in quelle menti lucide che si rifiutavano di prendere come assoluta una norma che non lo era affatto.

Di fatto, ogni volta che l'autorità invoca il nome di Dio per giustificare le sue decisioni, proprie o ricevute, non fa altro che "proferire il nome di Dio invano", riducendo il Mistero a un idolo, che svolgerebbe le funzioni di una sorta di "superpolizia" morale dell'universo, e che non può che provocare rifiuto. Non è strano che un Dio cosí sia stato visto come "asilo dell'ignoranza" ((B. Spinoza, Ética I, Apéndice, Alianza editorial, Madrid 2011, p.114)) e dell'antropomorfismo (A. Comte-Sponville, El alma del ateísmo, Paidós, Barcelona 2006, p.115)

Ancora una volta, di fronte ai tranelli della religione, l'atteggiamento di Gesú è inequivocabile, a tal punto che risulta difficile capire come possano esistere delle persone che si professano suoi seguaci eppure continuano ad assolutizzare norme, riti, credenze..., al di sopra del bene delle persone, non esitando ad anatematizzarle e squalificarle nel modo piú feroce.

Le parole di Gesú -che egli prende da Isaia, un altro gran profeta del suo popolo- mirano nella direzione del cuore: "Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini."

Queste parole dovrebbero diventare, per la persona religiosa, un interrogativo sempre attuale: Dove credo di trovare Dio? Nelle norme, nei riti, nelle credenze... o nel cuore? Non c'è dubbio che il comportamento personale sarà radicalmente diverso se abbiamo identificato Dio con le nostre credenze o se invece lo sperimentiamo nel profondo del nostro essere. Nel primo caso, ci sarà fanatismo; nel secondo, rispetto e amore.

La tendenza umana ad assolutizzare le parole che adoperiamo suole giocarci dei brutti scherzi. Cosí, è frequente il caso in cui è sufficiente che una persona pronunci il nome di "Dio" per credere che agisce secondo Lui. L'esperienza personale -sempre trasformante- è stata sostituita con un suono verbale che, in non pochi casi, non è altro che un "flatus vocis", pura parola vuota.

"Nessuno si ubriaca con la parola vino", ci è stato ripetuto dai mistici sufi. E nessuno si trasforma per il fatto di ripetere costantemente la parola "dio".

Quello che è determinante, come ricordava Gesú, è il "luogo" dove viviamo Dio, ovvero l'esperienza immediata e diretta di percepirci in connessione con il Mistero che abita tutti gli esseri e che, per questa stessa ragione, siamo capaci di riconoscere in ciascuno di essi, cosí come ognuno lo riconosce in sé stesso.


Enrique Martínez Lozano

Traducción de Teresa Albasini

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